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La California ha due volti diversi. Arrivandoci dal Messico ha la faccia del deserto e di un muro interminabile quanto le 40 ore di bus dalla capitale a Tijuana.

Trenta chilometri a nord, una ventina di miglia come dicono qua, il paesaggio non potrebbe essere più diverso.
San Diego o San Dog è il sogno americano.
Il tempo mite tutto l’anno. Le palme magre ed altissime. Le onde perfette di Pacific Beach. Le macchine scapottate di La Jolla.

La testa rasata e le spalle larghe di Ted, caro amico dei tempi di Bondi Beach. Ci riscatta con la sua Jeep e ovviamente ci sono i Red Hot Chili Peppers alla radio e la tavola da surf sul tettuccio.
Lui e la sua fidanzata mangiano solo pesce che qui fanno i migliori fish-tacos del mondo.
Erika è bionda e breath-taking e fa la professoressa di yoga.
Perchè gli stereotipi funzionano quasi sempre in California.
Ted è un barman in un ristorante famoso del downtown. È felice ed ama il suo lavoro e quando lasciamo gli zaini a casa sua invece di un bicchiere d’acqua ci prepara un Moscow Mule.

Sembra aver lavorato in tutti gli esercizi della città e sa farsi volere bene. Ci porta nei bar del centro in cui le hostess all’entrata vengono in set di tre: white-black-asian. Sono lí per metterti a tuo agio con i denti bianchissimi e le scollature sapienti. Ad ogni locale sono strette di mano e pugno-contro-pugno con i colleghi dietro i banconi. E quando finiamo il whiskey ci consegnano scontrini pieni di zero.

Sul finire della notte, che è ancora giovane perchè in California i locali chiudono alle due, ci imbattiamo in un giocatore di basket della NBA. Nessun Michael Jordan, o Lebron James o Charles Barkley per quelli di un paio di generazioni fa. Un onesto mestierante abituato a partire dalla panchina e mettersi in tasca quattro di millioni di dollari all’anno per lo sforzo (Jared Dudley, guardia dei Phoenix Suns, ndr).
Gli passiamo di fronte e deve pensare che siamo troppo impegnati ad essere felici per chiedergli un autografo.

Stasera siamo noi le stelle più brillanti di San Dog.