I cambia denaro alle frontiere sono persone sospettose. Hanno corpi nervosi, si muovono a scatti come i loro occhi che sembrano attraversarti. A volte sfoggiano cicatrici vistose. Sempre hanno grosse mazzette di denaro che non smettono di contare.
Cambio un pugno dollari sopravvissuto ai bagordi di Bocas del Toro.
L’agente di cambio non ufficiale mi restituisce le banconote piú colorate che abbia mai visto. Uno squalo nuota tra coralli di filigrana sul biglietto da duemila colones. Non dei migliori auspici visto che siamo venuti qui per surfare, ma questa specie di squalo é inoffensiva per l’uomo.
Si congeda con ‘Pura vida’ e si rilancia alla ricerca di nuovi clienti.
Costa Rica.
Pura Vida.
É un marchio di fabbrica.
E produce denaro.
Molto.
La pura vida é tutto per la Costa Rica. É una forma di saluto e di congedo. Sostituisce il grazie ed anche il prego. Lo stampano sulle magliette e lo incidono sulle tazze.
Trova una connessione wi-fi e ci sono ottime possibilitá che puravida sia la password.
La veritá é che dietro tutta la vita pura si nasconde un paese diverso da quello che mi aspettavo.
La Costa Rica rappresenta la rosa tra le spine del Centro America. La mancanza di risorse naturali dei suoi territori la ha mantenuta ai confini del colonialismo spagnolo. Questo isolamento le ha permesso di crescere pacifica. Due soli eventi violenti hanno caratterizzato la sua storia, l’ultimo un colpo di stato di quaranta giorni nel 1948. Un retaggio di questo golpe è la mancanza di un esercito. Esiste solo una polizia nazionale, addestrata da membri dei corpi speciali statunitense.
Il Costa Rica ha la percentuale piú alta di letterati del centro america, quella piú bassa di poveri e gli sbirri meno corrotti. Ti accoglie con gente ospitalissima, tutta agua de coco y pura vida.
Tra le bellezze naturali e le onde perfette vive un paese che non necessita piú l’afflusso costante di turisti a basso budget.
Nei baretti coi tavoli di plastica dove incontravamo gruppi di ragazze svedesi ora ci sono tre gringos di mezza età con la bandana. Immancabilmente impegnati in amarcord di Pura vida di quando tutto costava un dollaro ed i surf-breaks erano vuoti.
Qui preferiscono orientare i servizi ai turisti danarosi che amano viaggiare sicuri ed evitare lo sguardo penetrante dei bambini non abituati a vedere gente di pelle cosí chiara. Tutto ciò ha un prezzo, troppo caro per i backpackers.
Lo stesso identico pranzo di pollorisofagioliebananafritta per cui ho speso una somma variabile tra uno (grazie Bolivia!) e tre dollari costa ora non meno di sei.
Avrei dovuto capirlo subito.
A Sixaola, frontiera Panama-Costa Rica.
Sto ancora sfiorando le preziose banconote quando il bus proveniente dalla capitale San Jose accosta. Scendono vari frontaleros ed un paio di turisti statunitensi diretti a Panama. Un ragazzo in scarpe di tela, jeans corti con orli cuciti e camicia salmone aperta all’ombelico si fa spazio tra la folla. Raggiunge il retro del bus da cui sfila una tavola protetta da una custodia argento. Si avvia all’ufficio immigrazione per ricevere il suo timbro di via e ci passa di fronte.
Mi fa un cenno col capo.
– Pura vida –
– Pura vida – replico.
La comunità dei surfisti è la più tollerante e pacifica del mondo. Non discrimina per razza, sesso, religione e nemmeno per abilità nel cavalcare le onde. A patto di rispettare un paio di regole di comportamento in acqua.
Ma una camicia in questo clima torrido?

Aveva ragione il mio amico Andrea del Lago d’Iseo. Di ritorno dalla Costa Rica pochi mesi fa annunciava su Facebook che ‘non è più la Costa Rica dei vostri padri’.

È un paese di surfers in camicia.
O nati con la camicia.