I primi tornanti ricordano la discesa dello Stelvio. Buoni per provare i freni idraulici delle biciclette e pettinare l’hangover. L’asfalto é nuovo ed in tre giorni di auto si arriva in Brasile. I poliziotti armati non ci degnano di uno sguardo ai posti di blocco antinarcotici e si concentrano su un paio di camion telonati.
Niente di così pericoloso da motivare l’infausto nome di Carretera de la muerte finché la guida locale John compie una deviazione a destra in una strada sterrata e sgomma la ruota posteriore. Dal suo casco privo di mentoniera spunta un ghigno parzialmente sdentato che ci fa capire che é arrivato il momento. Mi tolgo subito il dubbio se sia il risultato di una caduta in bici o di scarsa cura dentale. La fine del burrone non si vede e non esistono casco né protezioni che aiuterebbero, magari un paracadute.
Fino a sei anni fa, prima della apertura della nuova strada asfaltata, questo era il passaggio delle auto, due sensi di marcia, camion e bus inclusi. Le numerosi croci con fiori freschi che vediamo nel cammino servono a togliere tutti i dubbi e nessuno chiederá piú il perché di quel nome. In un solo incidente nel 1983 persero la vita oltre cento persone e questa é l’unica strada del paese in cui si guida all’inglese, in modo che il guidatore in discesa possa misurare meglio la distanza dal vuoto. Non sempre va tutto per il meglio e lo dimostrano le trecento morti annuali stimate. Fortunatamente il traffico oggi é inesistente e si incrociamo solo una ruspa compiendo un lavoro ingrato e qualche gallina.
Il paesaggio é spettacolare, la vegetazione ricca e la nebbiolina mistica ma non si puó abbassare il livello di guardia perché lo strapiombo rimane ad un paio di passi di distanza. Chiude il gruppo una ragazza argentina che non riesce proprio a mollare i freni ed a seguire il mini-van che ci ha accompagnato da La Paz. John non perde occasione per fermare il gruppo ed informarci delle curve cieche e dei punti pericolosi a seguire mentre scattiamo foto e riprendiamo la funzionalitá dei polsi, messi a dura prova dallo sterrato.
Arriviamo a Coroico, a 1250m, in cui il clima si fa tropicale ed i pochi discendenti rimasti degli schiavi africani coltivano le foglie di coca più dolci del paese. Ogni pausa é buona per togliersi uno strato di equipaggiamento, fino al tratto finale in cui persino le ginocchiere iniziano a sudare.
Una piscina per sciogliere i muscoli ed un piatto di pollo fritto sono il premio per i sopravvissuti. Un solo biker inglese caduto senza danni e tre ruote bucate lungo il percorso. I ragazzi di Pro-DownHill mantengo immacolato il loro ruolino di marcia a coronare una giornata perfetta conclusasi tra palme da cocco e fiori rossi giganti.
‘Mettetevi comodi’ consiglia John dal lato passeggero del pullmino al momento di ripartire ‘ tre ore fino a La Paz’. Ci guardiamo nel retro del pullmino, prima di capire che abbiamo messo una montagna tra noi e la capitale e per quanto emozionante sia stato ora ci tocca circumnavigarla. Nello sconforto generale si cercano iPods e si attorcigliano maglioni.

¿Y si pasamos por la carretera de la muerte?’

chiedo, strappando qualche risata.
John si alza sul sedile e ci mostra lo stesso sorriso bucherellato del principio.

‘¿vamos?’

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