Ventilatori a tutta, bottiglie di birra sudatissime e salsa in sottofondo. Così si presentava Taganga, villaggio colombiano di pescatori in cui le strade non sono asfaltate. Marco, un fotografo fiorentino residente in Messico, si accese una sigaretta e mi guardò con l’aria di chi sta per svelare informazioni confidenziali:

Gli italiani non capiscono il Pacifico

Abbozzai un sorriso e bevetti un sorso per processare le informazioni e catalogarle alla voce ‘pensieri di immigrati nostalgici’. Salutai Marco il giorno successivo promettendo di passare a vederlo una volta a Puerto Vallarta, costa pacifica ovviamente, concordando che il migliore modo per capire un oceano è domare le sue onde.

Non ho ripensato a queste parole fino ad ora, in cui mi appresto ad iniziare un viaggio attraverso il continente americano proprio lungo il Pacifico.

Percorrerò la carretera Panamericana, la strada più lunga del mondo e che dal Cile arriva al Canada passando per tredici paesi e correndo quasi ininterrotta per 25mila chilometri. L’unica eccezione è il Darien Gap: cento chilometri di foresta tra Colombia e Panama e che sono stati lasciati da separazione tra sudamerica ed il resto del continente. Una selva infestata di narcos e membri dell esercito rivoluzionario colombiano ed un luogo antipatico in cui trovarsi e che tocca superare in barca.

Trattandosi di un sistema di strade molto complesso il percorso della Panamericana non è univocamente stabilito. Così come diversi stati ne rivendicano il punto di partenza e quello di arrivo. In Cile si fa coincidere il chilometro zero della carretera panamericana con un anonimo incrocio nel downtown santiaguino.
Lungi dall’essere un’attrazione turistica a giudicare dalla faccia di sorpresa dell’ambulante quando scatto un paio di foto, rappresenta almeno per me un punto speciale.

Da qui inizia il mio viaggio panamericano.