Ci risvegliamo dentro una palafitta di due piani. Costruita su una casa di mattoni di altri due. Pareti di cartone ed infissi di legno. Ogni movimento che faccio nel mio letto provoca una vibrazione all’altro lato, due porte piú in lá.
I nostri vicini di stanza un gruppo di quattro ragazzi di Lima usciti da un video di Daddy Yankee. Tatuaggi facciali inclusi. Brave persone ma abituati a svegliarsi a grida alle 6zerozero.
Non i migliori auspici per iniziare la nostra prima giornata a Pacasmayo, villaggio di pescatori lungo la costa nord del Perú.
Scendiamo in strada due ore dopo, piedi nudi, mute slacciate e maniche a penzoloni, tavola in una mano e 5 nuevos soles, quasi 1.5E, nell’altra. Per questa cifra l’autista ufficiale dell’ostello ci porta al faro, il migliore spot della zona ed aspetta fino alla fine della nostra surfata.
In strada non c’é nessuno. Nei paesi di mare in Peru le 8 di mattina sembrano le 5 a Milano. Il primo tuk-tuk ci offre di accompagnarci per 2.5 soles e ci assicura troveremo facilmente un passaggio di ritorno.
Al momento ci sembra un’ottima idea e l’asfalto si sta scaldando per cui io e Sergio saltiamo sul sedile posteriore e infiliamo le tavole all’interno. Un paio di anziani in canottiera a coste si interrogano su questa moto con pick-up saldato ed ora con un paio di ali che spuntano dalle portiere.
Usciamo dal centro abitato di Pacasmayo, tutte le case sembrano incomplete o in costruzione, alcune prossime all’abbandono ed in dieci minuti siamo al faro.
Le onde basse ed il mare increspato dal vento che soffia sulla spiaggia. Ci sono due tuk tuk parcheggiati all’ombra in attesa di altrettanti surfers, i piedi impolverati stesi fuori dai finestrini. Hanno l’aria di essere qui da un pezzo. Un centinaio di metri piú a nord, un altro gruppo di moto-taxi stazionati vicino al bagnasciuga. Il problema ritorno sembra risolto.
L’entrata in acqua é problematica come giá capitato lungo la costa peruviana. La marea bassa ci obbliga a percorrere una specie di campo minato con l’acqua appena sopra le caviglie. Le rocce sotto sono a volte scivolose, a volte spigolose e taglienti.
Dopo cinque minuti di tip-tap l’acqua ci arriva alla vita e possiamo finalmente montare sulle tavole. Passiamo sotto un set di tre onde e raggiungiamo il line-up.
La sessione si rivela peró deludente. La corrente ci spinge lontano dal punto di rottura delle onde e ci costringe a remare senza pausa per riguadagnare la posizione.
Desisto dopo una ora e mezzo di preliminari ed inizio a tornare a riva. Mi preparo ad attraversare un buon tratto di pietre aguzze, prima di arrivare alla spiaggia di sassi, stavolta arrotonditi ma resi bollenti dal solleone. A seguire una striscia di erba ingiallita che termina in un sentiero: alla destra il faro, col suo parcheggio ora vuoto. Alla sinistra, poco piú di un miraggio, il centro di Pacasmayo e lo stesso gruppetto di moto-taxi di prima.
Prefigurarsi l’uscita dall’acqua non serve in nessun modo a renderla meno brutale.
Arrivo al momento di scendere dalla tavola i miei piedi vengono prima sfilettati, poi grattuggiati e tagliuzzati per benino. Sulla spiaggia inizia il processo di cottura alla piastra. Quando ormai non ne posso piú salto ed atterro sul prato bruciato dal sole. La temperatura é tollerabile, ma i fili d’erba rinsecchiti penetrano come aghi nella mia carne giá torturata. Vedo Sergio che sta uscendo dall’acqua ad una ventina di metri e dal modo in cui cammina sembra non se la stia passando meglio.
Mi dirigo verso i mezzi parcheggiati camminando sulle punte. Il sangue che scorre da una ferita sul dorso del piede destro si impasta con la terra in grumi neri.
Gli autisti stanno trascorrendo una domenica di vacanza. Il primo sta giocando con la sua famiglia, un altro sui quindici stringe la sua fidanzatina. L’ultimo controlla le sue canne da pesca mentre si rinfresca nell’oceano. Mi avvisa che per i 2.5 soles che ci rimangono non esce nemmeno dall’acqua. Gli offro altri tre soles una volta arrivati all’ostello ma lui ci tiene in pugno perché é la nostra unica speranza per evitare mezz’ora di camminata sui carboni ardenti.
15 soles piú tardi stiamo di nuovo sfrecciando nel vento. Le tavole ai lati e ci sembra davvero di volare. Arrivati a due isolati dall’ostello pregusto una doccia ed un buon pranzo.
All’ultima curva incrociamo un auto nella direzione opposta. L’autista stringe alla sua destra e BANG! le tavole colpiscono lo spigolo di due muri di mattoni a secco.
Le tavole da surf sono estremamente delicate. Urti innocenti scendendo le scale possono scheggiarle, figurarsi cercare di battere un fuori-campo contro un muro. Le softboards invece, le tavole per principianti , sono costruite con materiali piú morbidi e sopportano meglio i colpi.
In quella che rimarrá l’unica nota buona della giornata la tavola soft di Hezio ha fatto da scudo alla mia tavola di vetro-resina.
Nessun danno accertato e l’autista felice di aver evitato un grattacapo ben piú costoso della sua corsa.
Risaliamo la prima rampa di scale dell’ostello The Duke. Hezio impegnato al computer ci sorride e ci chiede come é andata. Gli spiego che ci abbiamo quasi rimesso i piedi senza menzionare che la sua tavola ha rischiato molto di piú.
Salgo le scale della palafitta e noto un dettaglio. Lo avevo mancato al nostro arrivo a causa del buio e questa mattina uscendo schiumante di rabbia per la sveglia anticipata impostaci dai vicini.
Su un muro é dipinta una tavola con un disegno religioso ed al lato la preghiera del surfista:

Señor haz que enfrente la vida / Signore fá che affronti la vita
Como enfrento el mar y las olas / come affronto il mare e le onde
Unas blancas y pristinas, / alcune bianche e pure,
Otras turbias y borrascosas / altre torbide e burrascose

Siempre con coraje / sempre con coraggio
Siempre con corazon / sempre con cuore
Siempre con teson / sempre con costanza

Quando certi giorni iniziano male, non resta che pregare.
Amen

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