Un pastore di lama dell’altipiano boliviano accese un fuoco per scaldarsi e notó numerose vene brillanti tra le rocce. Un gesto cosí causale diede inizio ad una corsa all’argento che portó Potosí ad essere la citta piú ricca del mondo all’inizio del 1700. Oggi le restano edifici retaggio di un passato prospero ed il primato di cittá piú alta con 4.100m.
Chi crede che il paradiso sia sopra di noi si ricrederá addentrandosi nei cunicoli delle miniere di Cerro Rico, la collina che sovrasta la cittá. L’odore é quello dell’inferno cosí come il calore, la polvere irrita la gola e rende difficile respirare. Si procede chini, stivali per metá nel fango, le luci montate sui caschi muovendosi freneticamente sulle pareti alla ricerca di qualche apertura in cui raddrizzare la schiena e trovare un pó d’aria.
Jesus, la nostra guida, conosce questi cunicoli a memoria e sa dove fermare il gruppo. Ha iniziato a lavorare in questa miniera a 13 anni insieme ai due fratelli maggiori, seguendo le orme del padre, morto prima di compiere cinquanta anni. Controlla che tutti quanti siano presenti e vigili, mischia spagnolo ad un inglese insospettabile e ci invita a servirci dalla sua borsa di foglie di coca: mantengono svegli ed annullano sete e fame.
Tutti i minatori che incrociamo hanno gli stessi occhi iniettati di sangue ed una guancia gonfia di foglie masticate. Protraggono le mani a noi gringos. Qua siamo ospiti, ed é consigliato non presentarsi a mani vuote. Siano esse bottiglie di aranciata, sigarette di tabacco nero o le onnipresenti foglie. Consegno i regali e vedendo i ragazzi lottare per una bottiglia di refrescos inizio a sentire lo zaino pesante. I lavoratori, in grande maggioranza cattolica, si fanno il segno della croce prima di entrare ma sottoterra sono devoti al Tio Benito, corpo da culturista e membro da Rocco Siffredi in mano. É lui la divinitá ed il padrone della miniera. Di fronte alla sua statua ci si ritrova il venerdí a fine turno a fumare sigarette e brindare. Drink preferito: alcol al 96%, senza ghiaccio né sprite né coca-cola, perché i minerali che vengano trovati siano anch’essi il piú possibile puri. Un assaggio del liquido brucia come il pensiero di queste persone che passano i loro anni migliori sottoterra.
Rivedere la luce dopo quasi tre ore sottoterra é come tornare alla vita.
Penso alla dinamite, unica rimasta nel mio zainetto di corda dopo le altre consegne. Resta il botto finale per terminare l’esperienza, ma non credo di essere dell’umore giusto dopo questo viaggio negli inferi. Quella che fino a pochi mesi fa era parte integrante del tour delle miniere é stata bandita dalla polizia e solo una organizzazione trasgredisce alle regole ed é quella di Jesus. Mentirei se dicessi che sono finito nella sua agenzia per caso.
Lui cerca il mio sguardo e mi ammicca. Prepara l’ordigno con disinvoltura ed accende la miccia che inizia a scintillare come nei cartoni animati. Ripete il suo show, mettendosi il pacchetto prima in bocca e poi nei pantaloni e finisce tirandomi la patata bollente. Cerco di mantenere l’aplomb possibile con una bomba accesa tra le mani e ripasso la palla quando sento il sudore freddo colare dalla fronte.
Jesus riceve l’assistenza e trotterella ad una trentina di metri di distanza.
Passano secondi interminabili finché un boato squarcia il cielo plumbeo.
Un altro giorno di lavoro a Potosí é terminato.
Tio Benito stará sorridendo lá sotto.

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