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La panamericana finisce a Turbo, Colombia.
Inizia una foresta impenetrabile, infestata di narcos e guerriglieri della Farc. Questa zona di confine tra Colombia e Panama é conosciuta come il tapon del Darien. La sua funzione é proprio di fare da tappo: evitare la circolazione di malattie tra i due continenti ed ostacolare -con risultati risibili- il traffico di droga dal Sudamerica.
Io e Hezio siamo gli unici bianchi del paese e gli unici senza motorino.
Prendiamo la prima barca del giorno, direzione Capurganá, ultimo porto sul lato colombiano del Darien. Saliamo sulla lancia da venti persone, gli zaini infilati dentro sacchi della spazzatura per proteggerli dall’acqua ed ammassati a prua. Il clima é rilassato mentre i militari colombiani controllano i passaporti. Un paio di gringos ascoltano musica ed un anziano legge il giornale.
Solo due signore locali sono piú nervose. Attaccano verbalmente un cileno che ha dimenticato il passaporto nello zaino. Non facile trovarlo in equilibrio su una barca, in una massa di zaini avvolti negli gli stessi sacchi della spazzatura. I militari colombiani sono inflessibili. ‘Rapido!’ intima una signora attempata ‘prima che il mare diventi grosso’.
Mi guardo intorno incredulo. Il mare verde non potrebbe essere piú piatto.
Lo scenario cambia presto. Il capitano spreme i due motori ed in un paio di minuti siamo in mare aperto. L’oceano si fa nero e le onde iniziano ad increspare la superficie. Faccio in tempo a rimettere la mia guida nello zaino e ad annodare la plastica appena prima che uno spruzzo raggiunga la parte destra dell’imbarcazione. Ben presto siamo tutti fradici. La lancia vola sopra le onde e rimbalziamo sulle panchine di legno. L’urlo dei motori copre il pianto disperato di un neonato. La ragazza argentina dietro di me singhiozza mentre l’anziana locale ha la testa china e le mani giunte in preghiera. Mi immagino su uno yatch sorseggiando un Mai Tai con un paio di mocassini ed il maglione di cotone annodato alle spalle. Mi risveglio in un inferno di acqua ed onde gigantesche.
L’angolo piú incontaminato del continente scorre inosservato al nostro lato sinistro. Ammiro la foresta verde con gli occhi rossi di salsedine, mentre la barca intera guarda al lato opposto le onde di una tempesta perfetta.
Dopo novanta minuti interminabili entriamo nella baia di Capurganá, ultimo stop sul lato colombiano. Lo spavento è ripagato dalla bellezza della spiaggia. L’acqua turchese si infrange sulle rocce. Un paio di ufficiali reclamano i nostri passaporti mentre una signora procede a cambiare il pannolino del neonato. Dubito sia l’unico ad essersela fatta sotto.
Dieci minuti più tardi navighiamo in direzione Panama sulla barca di un pescatore, molto più piccola e lenta della precedente. Ci sentiamo ancora piú in balia del mare ma il capitano ha una faccia rugosa che ispira fiducia. Direziona il motore con il ginocchio e pesca con amo e filo. Noi stringiamo gli zaini mentre saltiamo sulle onde. Appena dietro una formazione di scogli appare Puerto Obaldia, primo comune di Panama.
Due militari con facce dipinte di nero ci attendono mitragliatori in mano e ci mandano all’ufficio immigrazione. Il soldato si rifiuta di darci indicazione più precise di una mano protesa a mezz’aria. Puerto Obaldia consta di due strade di ghiaia perpendicolari, un ristorante, un hotel, un parco giochi con campo di calcio ed uno stanzino adibito ad internet cafè e officina della aereolinea panamense. Troviamo rapidamente l’ufficio. Una ragazza sui venticinque con un evidente problema di peso non stacca gli occhi dalla sua partita di solitario. Mi invita a fare tre fotocopie del mio passaporto nella cartoleria-supermercato all’altro lato del paese. Al mio ritorno, non più di due minuti più tardi, l’ufficio è vuoto, il computer ancora acceso ed i timbri sparsi sulla scrivania. Ignoro come possa essere sparita, un pò per la mole e perchè non esistono vie di fuga. Aspettiamo dieci minuti, ci scattiamo un paio di foto alla scrivania timbrando passaporti invisibili ed aspettiamo altri dieci.
Mi decido a cercarla, e dietro l’angolo la ritrovo impegnatissima a ricevere una manicure.
Allargo le braccia chiedendo spiegazioni.
Lei torce il collo per guardare il suo orologio senza ostacolare la sua amica-estetista.
‘L’ufficio è chiuso’ replica.
‘Ma sono le tre e mezzo del pomeriggio’ ribatto scocciato ‘ed abbiamo bisogno dei nostri timbri. Oltretutto il tuo ufficio è aperto.’
‘Ripassa domani mattina, sono impegnata’
‘Belle unghie comunque’ chiudo, ammirando la sua manicure che sfoggia piú brillanti del pugnale Topkapi.
Il sarcasmo non è gradito ma finalmente ho la sua attenzione.
Mi fissa con occhi di ghiaccio nero a dire ‘Pensavi la gente fosse rilassata in sudamerica, aspetta di vedere qui.’
Non ho ancora timbrato il mio passaporto ma sono già riuscito a far arrabbiare la signorina dell’immigrazione.
Sono ufficiosamente in centroamerica.