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Amo la mimetica.

La uso anche a dormire.

Costa poco e si trova facilmente in negozi di vestiti usati con odore a muffa.

Il mimetico va con tutto a patto di rispettare un’unica regola per l’uso urbano:

un pezzo alla volta al massimo 

Il prinicipio della fantasia mimetica è di minimizzare le possibilità di essere scoperto di chi la indossa. Quando è usata sul campo di battaglia ed in natura è disegnata per ridurre la visibilità distruggendo il contorno di chi la usa e di confonderlo con l’ambiente circostante.

Nelle città vestire mimetico ha al contrario lo scopo di massimizzare la propria visibilità.

Un giorno a New York ti può far guadagnare la copertina di Hypebeast ed il seguente ti può far sparare per sbaglio in un paese del terzo mondo.

La differenza la fanno le strade in cui stai per camminare e quel nanosecondo in cui decidi il tuo abbigliamente della giornata.

Il galateo della mimetica mi è diventato fin troppo chiaro durante una mattina afosa di quattro mesi fa a Copan, un villaggio nelle montagne dell’Honduras.

Ero in Honduras da sette giorni senza vedere un poliziotto figurarsi un soldato. Ad essere sinceri avevo passato la maggior parte di quella settimana sott’acqua al largo dell’isola di Utila dove ci sono poche macchine e meno sbirri  ma avevo comunque attraversato San Pedro Sula, statistiche alla mano la città più pericolosa del mondo.

Ero tranquillo mentre grattavo il fondo del mio zaino fino ad afferrare la mia amata maglietta mimetica.

La comprai in un negozio di oggetti militari a Ho Chi Minh City, Vietnam, per meno di quanto mi possa ricordare. Ha un bellissimo colore slavato ed un tessuto elastico. E viene con un comodo taschino anteriore per bibite (come visibile nella foto).

Non pensai a niente al momento, solo al fatto che dovevo mollare il bucato alla signora dell’ostello perchè avevo finito le canottiere.

Camminai per le strade ciotolate di Copan come un fantasma, facendomi guidare dall’aroma di caffè nero. Finchè sentii il rumore famigliare del telegiornale e la vidi attraverso una finestra: una signora locale con un grembiule rattoppato ed impegnata a scaldare una porzione di fagioli rossi.

Attraversai la porta salutandola a voce alta – ¡Hola! – troppo alta a posteriori perchè la prima cosa che mi trovai di fronte furono quattro adolescenti in mimetica digitale con forchette a mezz’aria ed aria interrogativa. L’aria densa si cristallizzò per un attimo, unico movimento quello degli occhi di un soldato, da me al suo fucile automatico appoggiato al muro esattamente a metà strada tra me e lui.

La cuoca arrivò in mio soccorso taccuino alla mano, incorniciando uno dei momenti in cui mi sono sentito meno a mio agio di tutto il viaggio panamericano.

Continuate ad usare i vostri pantaloni mimetici senza paura.

Ma evitate se vi trovate in America Centrale.

O in Colombia oppure in Ecuador. Non sono mai stato in Venezuela ma non mi arrischierei a vestire mimetico nemmeno lì.

In tutto il resto del continente siete a posto.

E la gente penserà che siete alla moda.